Il ritorno del dio Portuno (racconto di Manlio Brunetti)

Quando gli fu confermato ebbe paura di crederci...: un desiderio coltivato allo spasimo, quando si senta sul punto d'avverarsi, può far venire il sospetto di una beffa. Eppure avrebbe dovuto sapere che, lì ov'egli era stato da gran tempo trasferito, l'impossibile era più facile che non il miracolo. dio PortunoSi era illuso di poter dimenticare tutto il passato per sopravvivere nella nuova situazione che una circostanza imprevedibile gli aveva imposto. Ma, benchè avesse capito che non ci sarebbe stato ritorno, la curiosità di sapere quale fosse, in quello che era stato il suo mondo, il nuovo e il diverso a cui qualcuno aveva creduto ch'egli mai avrebbe potuto adattarsi, aveva preso a torturarlo. Ecco che ora, invece, gli veniva concesso di tornare... Ad essere alquanto oggettivo gli toccava di ammettere che tutto sommato aveva avuto fortuna nella comune disgrazia. Esonerato dalle sue funzioni e declassato dal suo ruolo, era stato relegato in una specie di estraterritorialità dove era sempre mezzastagione, nè caldo nè freddo, nè salute nè malattia, nè gioia nè dolore...: una totale monotonia, ma si era accorto che, alla fin fine, ci si abitua anche alla noia, che per ciò stesso, non riesce più troppo noiosa... Non a tutti era toccata ugual sorte, nemmeno a quelli del suo stesso comparto, ossia a coloro che nel vecchio  regime avevano governato suolo, sottosuolo, atmosfera (boschi, fiumi, mare, venti, piogge e siccità); figurarsi a quelli delegati agli affari umani: lì di esorbitante e di iniquità se ne erano potute combinare a bizzeffe, e così la nuova dirigenza era stata assai più severa.
Ma adesso era inutile e ingeneroso rimestare quel sommario processo, la generale condanna,il ventaglio delle pene. C'era stato per lui un indulto, e se lo sarebbe goduto, senza pensare al dopo, ch'è un pensiero stato sempre capace di guastare ogni festa. Così, senza intervallo di sorta, in un batter d'occhio, come usa in quell'altra dimensione, si trovò dove aveva tanto desiderato di ritornare. Lo riconobbe subito, perchè certe cose possono essere modificate, spostate alquanto ad esempio, ma non stravolte come sarebbe far nuotare uccelli nell'acqua o volare pesci nell'aria - cosa nient'affatto impossibile. Non ebbe altro da fare, poichè non c'era alcuno in quel punto e, anche se ci fosse stato, non avrebbe potuto accorgersene, come non si è mai accorto nessuno di quello che accade dentro le viscere dell'aria, dell'acqua e della terra quando poi scoppia un tornado, un tifone, un terremoto, un'eruzione vulcanica; e quello che ora accadeva era silenzioso e impercettibile come un alitare, il colorirsi di un fiore, lo sbocciare d'una gemma, il formarsi della rugiada...,o come era stato l'infondersi dello Spirito di Dio nel caos primordiale o del soffio vitale nella creta di Adamo. Non ebbe altro da fare che, vinto il primo brivido, immergersi tutto quanto, trasfondersi nel mezzo leggero trasparente e fluido, e andarsene, fra le brume mattutine, lambendo margini erbosi e scivolando su greti ghiaiosi, verso un lontano, azzurro, più vasto orizzonte...

Siccome tutti hanno capito, fin dalle prime battute, di chi e di che cosa stiamo parlando, non resta che porgere qualche dilucidazione di contorno, prima di far attraversare al nostro protagonista un paesaggio e una storia di tanto tempo fa e ascoltarne il resoconto. Nessuno si adonti, di grazia, che gli si proponga una favola (anche la cronaca di una morte annunciata, una giornata di Ivan Denisovic, il diario di Anna Frank, la conquista delle Gallie, l'età di Costantino il grande, la società feudale, la notte della repubblica...sono "favole"!); nella quale, per giunta, si fa agire e parlare addirittura un...fiume, il Cesano, cosa mai azzardata nemmeno nei vecchi Esopo e Fedro coi loro meno smaliziati lettori, che potevano tollerare, al massimo, lupi, agnelli, asini, cani, corvi e pavoni, sotto i quali strati superiori del regno animale mai avrebbero osato discendere. Ma potrebbe essere chiaro che, una volta pagato lo scotto e capita la funzione dell'intermediario, non hanno più senso certi limiti. Però il lettore che, qualunque libro di narrativa cominci a leggere, vorrebbe sapere subito o molto presto come vada a finire la storia, abbia pazienza se gli apro una abbondante parentesi: per giustificare la scelta bizzarra che ho fatto: appunto di raccontare, tra serio e faceto, come si conviene in un testo che non è un trattato scientifico di geografia della storia o di storia della geografia, un pò di storia antica del fiume Cesano, facendola raccontare dal fiume medesimo. Si armi di pazienza e finga di tornare per qualche minuto sui...banchi di scuola.

La cultura popolare (ma pure quella classica latina e quella delle Corti del Rinascimento visse e vive tuttora di suggestioni panpsichistiche. E non si è lasciata soverchiare nè dai contrari dogmi cattolici nè dal'"angelismo cartesiano". Il padre della filosofia moderna, il francese Renato Delle Carte, non sapeva pensare che sulla base del dilemma "o tutto, o niente". Perciò metteva, all'estrema sinistra, la materia per sua natura cieca sorda e muta, inerte passiva opaca incosciente, e a destra lo spirito (Dio, Angeli, l'anima umana): capacità d'intendere e di volere, consapevolezza piena, continua, irrecedibile. Minerali, piante, animali, corpo umano... uguale macchine; dentro il corpo umano l'anima: macchina più spirito, assolutamente estranei l'uno all'altra. In tutto questo mondo materiale solo l'anima è capace di vita e di consapevolezza (coscienza). Nessun corpo, né minerale, né vegetale, né animale lo è. L'uomo è un angelo chiuso dentro una macchina ch'egli non può guidare e muovere direttamente (la moverebbe Dio in occasione dei voleri dell'anima!).
Dentro la cultura classica latina e poi anche dentro quella cristiana non influenzata dal platonismo e dal cartesianesimo, basti dire dentro la cultura popolare, si pensava invece e si pensa che vita, memoria e sensibiità (coscienza) siano ovunque, anche nei sassi, nelle piante, negli animali, in gradazione differente, da un minimo a dosi più elevate...Se il morso del cane a chi gli pesta la coda o il suo uggiolare festoso al ritorno del padrone fosse né più né meno che lo scatto della tagliola al tocco dell'esca da parte del topo, o lo stesso che l'esplodere della bomba alla percussione della spoletta..., perché non anche i comportamenti umani, e viceversa? Se il chiudersi delle foglioline allo sfiorarle della mano, nella mimosa pudica, è l'identico equivalente del chiudersi dell'ombrello alla pressione del dito sul tasto del manico, perchè non anche il rifiuto e la difesa della martire al tentativo di stupro dell'assassino? Non è, a fil di logica, necessario ammettere solo nell'uomo, ed escludere in tutti gli altri esseri, sapere e volere, memoria, consapevolezza e libertà di decisione; basta riconoscere gradualità, forme larvali, medie e superiori. Non è un'assurdità pensare che tutto ciò che esiste abbia un minimo, almeno, barlumi di memoria e di consapevolezza, dei quali magari non ci è né facile né possibile renderci conto. Negarlo non è più ragionevole che ammetterlo; e spiegare cartesianamente tutta l'esperienza non è stato mai possibile. Egrave; in quest'ottica panpsichistica che la mentalità popolare (trasversale alle diverse civiltà) considera tutta la natura e in virtù di questo animismo il paganesimo popolava di "spiriti" (divinità inferiori, semidei: ninfe, fauni, satiri...) fonti, fiumi, grotte, boschi, monti...E ancora, su questo minimo di panpsichismo dovrebbe fondarsi, a sua volta, quell'antropomorfismo (ossia l'attribuire ad altri esseri proprietà umane per capirne qualcosa avvicinandoli a quanto di noi stessi ci è  noto) che è una risorsa di cui si sono valsi anche quegli schifiltosissimi supercerebrati che sono i filosofi, non solo i poeti e i letterati i quali hanno privilegiato sempre, poverini, le "metafore" (che non sono proprio "mistificazioni", "dire una cosa per un'altra", come  è facile malignarne). Noi di oggi non facciamo "mormorare" il Piave e non gli mettiamo in bocca il diktat "non passa lo straniero"? Qualcuno se ne è mai scandalizzato? È il retaggio del "pensare e parlare comune o naturale" alla cultura con la c maiuscola; nemmeno il filosofo più realista, il teologo più rispettoso dell'Ineffabile, il notaio o il verbalizzatore della polizia più feticista del fatto nudo e crudo e delle cose dette col loro proprio nome riuscirebbe a condurre a termine un suo testo evitando un antropomorfismo, una metafora, come invece si potrebbe pronunciare un intero lungo discorso evitando la "esse" o la "erre". Non c'è alcuna differenza nella frase "il cane mi venne incontro scodinzolando festoso per il mio ritorno", che la dica Immanuel Kant o uno dei Bravacci manzoniani analfabeti; e non cambia molto, in fatto di approssimazione alla verità e di rispetto, dire di Dio è "indignato" o "incavolato" per la nostra cattiveria.

Il poetino che dicesse "il prato ride" saprebbe benissimo che il sorridere di piacere non è del prato ma solo dell'uomo alla vista della gran varietà di colori e di forme del prato; e anche il bravaccio del cane scodinzolante "festoso" sapeva che il cane scodinzolava al padrone senza che fosse necessario, per l'ascoltatore, ritenere che il cane pensasse e sentisse proprio come a noi accade quando andiamo incontro "festosi" a persona gradita. Parliamo degli altri esseri che popolano il palcoscenico della nostra vita trasferendo su loro le parvenze degli effetti che su di noi provocano le diverse situazioni. (E: o facciamo così o possiamo parlarne; o non vogliamo fare così, e allora ci toccherà di fare silenzio). Sarà ovviamente dentro quest'ordine d'idee che faremo provare ad un fiume, e gli faremo esprimere, sensazioni ed emozioni, perfino giudizi, e fingeremo essersi avuti dalla gente atteggiamenti a suo riguardo ispirati a stati d'animo che propriamente non si registrano a proposito della natura che né sa né vuole quello che fa. Sicché, raccontare l'antefatto della vicenda del Cesano e farci raccontare da lui la storia antica delle sue valli e dei suoi piani è un espediente letterario, valido o risibile come ogni altro, e che funziona più o meno a seconda della bravura di chi lo usa e della disponibilità del lettore.

Come si fosse chiamato prima di quello "stravolgimento del mondo" che gli costò fama e ruolo di "dio", nemmeno lui se lo ricorda bene, dato che poi lo si chiamò sempre "Suasano" (Cesano) per il fatto che passava sotto Suasa, la grande città che fu distrutta nel 408 da Ataulfo o da qualche altro capo di orde barbariche, e la gente (o chi per lei)non amava più conservare i nomi pagani. Forse "Portuno", da quel tratto del suo corso in cui la grande strada Flaminea (oggi Pergolese) scavalcava il fiume per formare, più all'interno del piano e alla destra del fiume (per chi viene dai monti) una "bretella" che portasse per breviorem a Senigallia.
In quella zona i pagani (quando c'erano solo essi e non si chiamavano così, spregiativamente) gli avevano dedicato un tempio, che - a detta del fantasioso storico corinaldese del sec. XVII Vincenzo Cimarelli - sergeva in mezzo a un foltissimo bosco dalle parti della odierna Madonna Del Piano. Lo stravolgimento di cui appena sopra fu la conversazione della gente al cristianesimo, avvenuta nelle campagne un pò dopo che nelle città: tra la fine del sec. IV e il corso del V, lenta, difficile, per l'attaccamento del popolino alle credenze e ai riti atavici e tradizionali più compatibili con la naturalità della vita, che non i dogmi e la morale della nuova religione. La conversione richiese ed impose qualche cambimento vistoso (quello interiore poteva anche simularsi e poi disdirsi senza controllo altrui), come il declassamento delle divinità pagane ad invenzioni diaboliche e lo smantellamento dei templi. E così Portuno, se mai era stato davvero, o almeno considerato qualcosa o qualcuno più di un semplice fiume - appunto uno "spirito della natura, il dio del fiume - fu tutt'a un colpo, squalificato come una invenzione falsa e bugiarda e separato dal fiume in quanto contenitore, canale, scolatoio di acque sorgive e pluviali - come è, soltanto e realmente, ogni fiume -, salvo quando la gente continuava a supplicarlo o a maledirlo a secondo che stava al suo posto o straripava; e poi fu dimenticato. Ed era il meno che potesse toccargli, visto che altre divinità fluviali, insieme a tante altre dell'olimpo, furono mandate all'Inferno, dove Dante Alighieri le utilizzò come divisori fra zone diverse di quel baratro o come guardiani di cerchi e gironi della sua Commedia.
E lì dove era finito, non seppe che cosa fosse accaduto nel suo regno di prima, lungo le valli dentro le quali correva il suo fiume: al suo tempio, fra l'altro - dove ci era stato sempre solo col pensiero, di fatto, dato che il suo posto concreto era l'alveo del fiume dalla sorgente alla foce; ma ciononostante al suo tempio teneva molto: la gente lì dentro gli sacrificava nelle feste qualche animale (che lui ovviamente nemmeno assaggiava, si invece i sacerdoti che raccomandavano di immolarne spesso e belli grassi), gli dedicava processioni, banchetti, riti, che più erano strani e risibili, più tenevano assorto e soggetto il popolino...: tutto assai meglio che il puro e semplice scorrere ininterrotto dal Catria all'Adriatico!

Adesso poteva finalmente farsi un'idea esatta degli eventuali cambiamenti intervenuti. Dipendeva però dalla durata della sua licenza. Anch'egli conosceva il proverbio umano del cavallo donato al quale non si guarda in bocca; ma si era accorto che, invece, magari di nascosto, in bocca gli ci guardavano, per misurare la generosità o la tirchieria del donatore. Ad ogni buon conto, si era immerso proprio alla sorgente, sul Catria. Di lassù a scendere fino al mare quanto ci avrebbe messo? Se il suo corso non era stato modificato, un centinaio di chilometri li avrebbe fatti in due giorni, tre a prendersela con tutta la calma possibile. Comunque, era il caso di tenere gli occhi aperti e non farsi sfuggire nulla: a ruminarci sopra avrebbe avuto tutto l'agio dopo. Ma si sovvenne di una informazione datagli per caso da una ninfa e che poteva adesso diventare un'astuzia per prolungare il viaggio: da una sponda e dall'altra gli uomini avevano aperto canali per portar l'acqua al di fuori del corso normale del fiume; qualcuno di quelli moriva in mezzo ai campi, altri tornavano, come i fossi, al fiume.
A buon bisogno, si sarebbe potuto approfittare di qualcuna di quelle fuoriuscite, badando bene che la portata del canale fosse consistente. Intanto scendeva, stringendosi ora e correndo, ora allargandosi calmo sul greto ghiaioso. Una fortuna, pensava, che i fiumi non vadano, come la sagitta ed il pilum (la freccia e il giavellotto) in linea retta dalla cocca dell'arco o dalla mano del velite al bersaglio, ma serpeggiando, un pò come le strade, e cadendo (cascata) solo quando il salto è inevitabile. Gli incontrò bene anche perchè si era in estate e allora pioveva normalmente, ogni tanto, non come adesso che ad ogni annuvolamento, dopo mesi da Sahara, la Protezione Civile fa sgomberare cautelativamente, in previsione di alluvioni e allagamenti, quartieri, città e intere province. Per lunghe ore non scorse novità interessanti."Il mondo non è cambiato", si consolò. "Non c'era dunque bisogno di cambiar religione. Non lo dico per me, ma per dovere di oggettività". E ne fu così convinto, che altrettanto scioccante ne fu la smentita: era una vera ingenuità misurare il mondo sulle dimensioni e gli accadimenti di una vallata. Egli però non aveva altro metro: lì lo aveva collocato suo Padre Crono e lì era sempre vissuto ed altro non conosceva; gli dei erano liberi di spostarsi in giro per la terra e di cambiar dimora ancor meno degli uomini: più gelosi e invidiosi perfino. Quando arrivò sotto l'attuale Castelleone ebbe un soprassalto. Ai suoi bei tempi, a pochi metri di altezza sopra la sponda sinistra si alzavano le mura di cinta e le torri di una splendida grande città: Suasa. Lui, Potuno, forniva acqua alle terme e alle fontane, e schiere di fanciulle venivano a bagnarvisi sotto gli occhi vigili di eunuchi superobési. Ebbene, Suasa...sparita! Altroché, se il mondo era cambiato! Per trovare un'altra città - ma vederla di lontano - bisognava raggiungere la foce. Mitigò la delusione dell'errore precedente dicendosi che la sparizione di una città era cosa assai meno rara che il cambiamento della religione: gli uomini avevano inventato il passatempo di costruire città per poi distruggerle e le guerre servivano per l'appunto ad abbattere città, trasformarle in enormi cumuli di macerie fumanti e carnai pestiferi da evitare per almeno vent'anni, e creare folle di vedove e di orfani. Questo almeno gli dei non lo facevano (direttamente!, lo lasciavano fare ai loro credenti): le loro guerre, per quanto riguardava essi esclusivamente, erano come gli scontri a cornate fra cervi maschi per l'accoppiamento con tutte le femmine del branco: una innocua dimostrazione di superiorità. Gli uomini invece facevano sul serio, disgraziati! E aveva sentito dire che combattevano più guerre e radevano al suolo più città in un anno, di quanti sepolcri illustri aggiungevano lungo le vie consolari. Non ci credette, ma poteva ben essere!
Adesso, un poco più in alto, sul filo della dorsale collinare, sorgeva un piccolo municipium, quella che oggi si chiama Castelleone, appunto, di Suasa. Chi si contenta gode! Quello il dio Portuno lo vedeva e basta, restandogli del tutto nuovo. Quasi indifferente continuava la discesa, quando un vecchio sileno sbucò da un lucus (boschetto sacro ignorato o accuratamente evitato dalla gente perchè infestato da spiriti incontrollabili) per bagnarsi nelle ore assolate del meriggio. Portuno si avvide che non era solo. A poca distanza c'erano quattro anzianotti malmessi e dall'aspetto assai poco raccomandabile, coperti di sacco, capelli lunghi di chi non se li è mai tagliati in vita sua, barba altrettanto. Il sileno era ad essi invisibile, non essi a lui.

Stavano seduti sulle loro stesse gambe, sotto intrecci di rami, immobili, come dormissero. Poi, ogni tanto uno si svegliava e si metteva a bofonchiare, e gli altri a loro volta cominciavano a sbraitare, come quando un cane abbaia e tutti quelli delle vicinanze gli rispondono, che bisogna otturarsi le orecchie. "Vedi?", spiegava il sileno a Portuno, "sono monaci, eremiti, solitari (detti "sarabaiti"), venuti da chi sa dove. Tu ai tuoi tempi non ne hai mai visti: tanto per darti un'idea, ti sovvieni di quei filosofi, Cinici detti perchè vivevano come cani randagi, senza niente addosso o poco più, dentro una botte vuota e nient'altro in mano che una ciotola per bere, finchè non rinunciarono pure a quella potendo usare il cavo della mano? Questi eremiti assomigliano ai vecchi Cinici. O si tengono lontani dalla gente, nascosti come qui, e vivono di quello che trovano, erbe radici bacche e scarafaggi, ché non sanno nemmeno cos'è la voglia di lavorare..., o rubano per i campi di notte, o vanno in giro fra le case dei borghi e, con la scusa della religione, di loro magiche preghiere e di poteri misteriosi, si fanno dare dalla gente cibo e vino fino a riempirsi come otri ed ubriacarsi da fare schifo. Andando giù, ne vedrai degli altri...due più spesso, o quattro, che bisticciano a chi è più santo o a chi le ha fatte più grosse e sconce alla barba della gente, o bivaccano o poltriscono a riprendersi dalle baldorie. Ai tuoi tempi si vedevano cose del genere, ma solo nei giorni stabiliti dalla religione, durante i Baccanali per fare un esempio; poi si rientrava nei ranghi e si filava dritto, se no entravano in ballo i fasci dei littori. Questi sono senza legge e senza pudore. Ma i capi della nuova religione li hanno presi di mira e vogliono metterli al bando, e intanto gira e si stanzia per i villaggi altro tipo di monaci, i "regolari" ossia soggetti a una Regola, e dediti alla contemplazione e alla penitenza (ma non come i nostri Platonici che per contemplare le Idee cadevano nei fossi o si rompevano le gambe per le scale, o i Pitagorici che non mangiavano determinati cibi perchè troppo calorosi ed urticanti; questi sono di tutt'altro tenore), in modo che la gente impari a distinguere e riconoscere i religiosi veri e scaccino chi si approfitta della ignoranza altrui. Ancora più giù vedrai degli altri monaci, vestiti di bianco. Il monachesimo è di moda adesso, nelle campagne sopratutto. Ma questi che ti sto dicendo sono diversi dai nostri aruspici e sacerdoti quanto il giorno è della notte. Una naiade mia amica - e qui noi spiriti della natura siamo tutti amici - addetta alla custodia delle sorgenti, mi ha detto che sono eremeti del Catria, di Fonte Avellana. Tu non puoi averli conosciuti, benchè nasca proprio da quelle balze il tuo Cesano, perchè sono arrivati centinaia di anni dopo che tu, insieme con altri spiriti della natura e tutti gli dei dell'Olimpo, del mare e di sotterra, eravate stati deposti. In una piccola radura folta di noccioli proprio sotto il gibbo supremo, in vicinanza d'una piccola sorgente gemella ma sovrastante a quella del fiume, avevano intrecciante le loro capannucce, e pregavano e meditavano, e meditavano e pregavano, dimentichi di tutto, anche del cibo. I pastori, vedendoli così umili e pii, cominciarono a venerarli. E dopo i pastori, feudatari e signori e vescovi presero a regalargli terreni e case; ma quelli a loro volta regalavano o affittavano quasi per niente ai servi della gleba terra e case perchè finalmente vivessero da uomini e non peggio delle bestie. Una rivoluzione sociale (crédimi, altro che quella dei nostri Plebei contro i Patrizi mandata a monte da quel furbacchione di Menenio Agrippa!), per fortuna dei ricchi limitata e pacifica, perchè altrimenti gli stessi capi religiosi l'avrebbero stroncata. I monaci invece restarono poveri e continuarono la loro vita di prima, rispettati però sempre di più perfino dalle autorità massime, l'Imperatore e quello ch'essi chiamano il Papa, tanto che riuscirono a salvare per la loro protezione la gente di queste valli dai Barbari che altrove hanno fatto la fine del mondo. La naiade, anch'essa colpita dal loro grande altruismo, capìto che quello non era più luogo adatto per lei, larve come siamo tutti noi di una religione che ha fatto il suo tempo, si ritirò dalla sorgente e quella purtroppo rapidamente s'inaridì, tanto che i monaci - ignari che tutto si paga a questo mondo - adesso debbono procurarsi l'acqua non senza fatica e sudore. Ma pregano e meditano allegri lo stesso, come se tutto per loro, anche la povertà volontaria e le fatiche inevitabili, fossero doni insperati. Se potessi  rinascere uomo invece che fauno, vorrei essere uno di loro e penso che i nostri dèi maggiori, dovunque ora languiscano, non se l'avrebbero a male. Fèrmati in qualche ansa e guàrdali: persone come quelle ti garantisco che non ne hai mai viste da quando tuo padre Crono ti ha dato qusto fiume da governare...Ma..."E qui la seriosità, contraria alla sua natura, con cui aveva raccontato quella storia incredibile, improvvisamente ma come sempre, quando gli capitava di parlare della religione della quale anch'egli era stato parte) si tramutò in un ghigno sguaito: "Ma...Crono, il mangiatore di suoi figli, è morto da un pezzo, ed anche Giove, lo scagliatore di fulmini, ha fatto una misera fine, quella che si è meritato. E...noi due...ci rivedremo mai più dio Potuno?"
Le ore passavano e il fiume, un pò magro per l'estate ma sempre un gran bel fiume, scendeva di un passo tranquillo, riposato. Era giunta sotto quello che oggi è Corinaldo. Ma Portuno conosceva a memoria quei luoghi e gli bastava un indizio qualunque, non aveva bisogno di regolarsi sul profilo dei municipi o dei castelli sotto i quali passava, per capire a quale punto fosse dell'intero percorso. E il castello che poi fu Corinaltum egli non si ricordava che già esistesse al tempo che era stato mandato in pensione; di laggiù, oltre tutto, nemmeno si sarebbe visto, un pò più in basso com'era, e piuttosto sull'altro versante, della cresta collinare. Ma ora la pianura si allargava come mai prima e questo era il segno che si era dalle parti a lui più care: quella del suo tempio. I poggi infatti oramai dirupavano abbastanza ripidi, coperti di folta macchia; e più vicino ad essi che non al fiume gli avevano, qualche secolo prima, innalzato l'edificio sacro. A cui lo sguardo: anche se non lo sapeva, le cataratte alla sua età (si trattava, si capisce, di sospensione fangosa!) recavano un gran fastidio. Ma evidentemente non era per quelle che non vedeva il tempio. Continuò a scendere, e intanto il sole calava (e lui ignorava l'ingiunzione "fermati o sole" che aveva regalato ad altri, dopo il tramonto, tutta la luce occorrente per completare, quell'assassino servitore del suo dio, la strage dei nemici). "Quando sarò sulla retta del mio tempio, invece che di traverso", pensava, "non potrà nascondermisi". Aveva però fatto i conti senza l'oste. Come non essersene accorto subito? Quant'è vero che, se uno non se l'aspetta e non ci pensa affatto, non vedrebbe nemmeno una montagna. "Ahi, ahi, ahi" udì se stesso imprecare innervosito. "E chi ce l'avrà messo, quello!". Tra lui e il pedecollina c'era tutto un gran bosco (quello del quale avrebbe parlato, ma molti secoli dopo, Vincenzo Cimarelli che di fantasie utili a certe sue ipotesi non era affatto parsimonioso). Mai avrebbe potuto vedere dall'alveo del fiume il tempio, se fra i due c'erano tutti quegli alberi. Cercò un'ansa per sostare a riflettere. Per sua fortuna la pendenza si riduceva sensibilmente e così egli prese a zigzagare pigramente fra le sponde. C'erano buche profonde e larghe ch'egli riempì e dalle quali tracimava così esile da coprire a malapena la ghiaia del greto. Ma si ricordava che più giù il dislivello sarebbe ripreso, aumentando fino ad una cascata di tre alti scalini; e decise che li avrebbe saltati l'indomani. Adesso gli bastava un buon gorgo in cui lasciar passare la notte senza affrettati progressi. Non fece caso di essere capitato sotto una naturale palafitta: sopra di lui c'era l'esteso groviglio delle poderose radici che uscivano dai pedali di quattro enormi cerri, disposti a quadrato su di una groppa sporgente un poco oltre l'argine. E per via di quella travatura non vide che l'intreccio dei rami e dell'edera formava, sopra, fra i tronchi, una sorta di capannaccia. Ma poi sentì venirne una voce, e gli si chiarì il mistero. Era la dimora notturna della maga Portunilla, custodita di giorno dai sospiri angosciosi di barbagianni bacucchi e dal ciaccolare incessante di alcune ghiandaie, dal miagolare disumano di gatti selvatici neri e da una famiglia d'istrici dagli aculei irresistibili. Nessuno ci si avvicinava; ma lei, Portunilla, la conoscevano tutti nel raggio di venti chilometri e tutti ne parlavano ma sempre non più di due alla volta e badando bene che nessuno altro stesse ad ascoltare: capace di predire il futuro, di fare e guastare malocchi e fatture, di tirar su stomaci, di riattaccare ossa rotte, di far morire o di guarire con erbe e succhi di serpi e scorpioni. Così dicevano in giro, e che derivava i suoi poteri dalle arcavole che erano state sacerdotesse e prostitute sacre del tempio di Portuno...; non ci credevano i nuovi sacerdoti (cristiani) che però non potevano impedire alla gente di ricorrere a lei di nascosto quando non serviva più di rivolgersi ad alcun altro; i meno fanatici tra loro pensavano che quella povera vecchia non potesse fare di altro da quello che la residua superstiziosità pagana della gente le attribuiva e chiedeva (era sempre vero che la fede sposta le montagne). Se poi Portunilla credesse, essa stessa, a quando di lei si diceva, chi poteva giudicarlo? Il fatto è, comunque che aveva una sensibilità straordinaria: una specie di congenita sintonizzazione con tutta la natura. Quella notte ebbe appunto l'impressione che lo "spirito del fiume", ossia il vecchio Portuno, chissà per quale sortilegio o incomprensibile miracolo, fosse ritornato. Girando fra i cespugli lungo l'argine proprio alla fine del bosco, per certe erbe officinali che davano il loro meglio se colte durante il novilunio (quando solo l'olfatto registrava le differenze), fu presa da un tremito che era il segnale di presenza di qualcosa di preternaturale. Si sporse sull'acqua e sussurrò:
"Portuno, Portuno, sei tu?"
- Chi sei che mi chiami?

- Sono Portunilla. Il nome dovrebbe dirti che sono una tarda nipote di una qualche tua sacerdotessa.
- O brava la nipotina. Non posso vederti, ma se davvero discendi da quelle, sii la benvenuta.
- Che bel complimento! Mi vedessi, non potresti negarmi un'ottantina di anni. Ma non mi lamento. Come mai questo ritorno?
- La nostalgia fa miracoli. Mi bruciava (si fa per dire, ché non si addice al dio dell'acqua bruciare; ma parlo di quando ero...all'asciutto)...mi rodeva la voglia di rivedere il mio tempio.
- O te poveretto! Proprio un buco nell'acqua! Troppo in ritardo mi arrivi. Non c'è più.
- Come non c'è più! Sarà mica sparito! Cambi pure la religione: si tratta di idee. Ma un tempio è di pietre e di marmi, e quella è  roba che resiste, non si butta giù con i pensieri o con le parole. E poi perchè qualcuno avrebbe voluto farlo?
- I cristiani hanno scacciato dal tuo tempio la minoranza pagana, poi hanno abbattuto muri e colonne e con i materiali buoni hanno tirato su una chiesa chiamandola, dal nome della madre del loro Dio, Santa Maria in Portuno (e così in qualche modo consevano il tuo ricordo; ma vogliono cambiarle nome in "S. Maria del Piano", per orrore del paganesimo).
- C'è modo di vederla? Mancava proprio questo bosco! Perchè l'hanno fatto crescere che non si vede più niente? Il tempio, certo che no, ormai; ma la loro chiesa...E perchè la nascondono?
- Intanto, nella cava sotto il pavimento hanno seppellito i loro martiri, e quando non ce ne sono andati più, hanno riempito tutto di terra. Poi... la paura dei Barbari che a ondate si spargevano per queste pianure. Temendo che saccheggiassero e incendiassero tutto quello che trovavano, hanno pensato che sarebbe stato utile nascondere il tempio; e non potendo portare il tempio in mezzo a un bosco, hanno fatto crescere il bosco intorno al tempio. Invece i Barbari da qui in giù, nella tua valle, chissà perchè?, non hanno combinato un bel niente: qualcosa o qualcuno li teneva a freno. Ma intanto il bosco è cresciuto. E questo è un guaio per te che di qui non puoi vedere nulla. Però, non dimenticarlo, ad una cinquantina di metri più in giù, sulla destra si aprirà un "vallato", un canale largo e profondo che serve un "aquimolium" - quando gli passerai sopra capirai cos'è, ché tu non ne hai mai visti - aspetta che sollevino la "chiusa" ed infilati nel canale. Passa, il vallato, vicino al monastero ch'è a due passi dalla chiesa, che non farai fatica a riconoscere assomigliando abbastanza al tuo vecchio tempio. Lì c'è una "chiusa" laterale che va all'orto dei monaci: l'aprono un pò più tardi della prima, e quindi, se vuoi fermarti ad osservare, quello è il posto adatto; poi però riprendi il canale maggiore, se no come faresti ad andare alla foce? Adesso però scusami: ho da cogliere le mie erbe: quando farà luce perderanno assai del loro potere. Dea o non più dea, la Fortuna ti sia propizia! Portuno attese che il sole fosse una canna sopra l'orizzonte e si avvicinò al canale. Era già stata alzata la saracinesca e due uomini controllavano il flusso. Passò lui pure e grossi barbi presero a guizzare dalla melma accompagnandolo. Andava piano la massa d'acqua tagliando dritto fra ontani e frassini e querce annose, finché rasentò una scarpata erbosa sulla quale era uno "spalmento", oltre cui una "trasanna" o loggia a quattro colonne appoggiata a una casa murata. Di fronte alla casa la chiesa. La guardò perché c'era, ma senza particolare attenzione: non era il suo tempio e non gli rassomigliava (adesso gli era chiaro che quella Portunilla non era così vecchia da aver potuto vederlo e ormai non c'era più alcuno che potesse descriverlo. Pazienza). Fu invece attratto dal gruppo di persone sullo spalmento, e da un tale vestito di bianco - un monaco, proprio come glielo aveva dipinto il vecchio sileno - che, uscito dalla casa murata - "quello, dunque, sarà il monastero!" - si metteva davanti alla gente e parlava. Si meravigliò di capire anche lui, benché non fosse proprio la stessissima lingua che agricoltori e villici parlavano nelle stesse campagne ai suoi bei tempi e dicesse cose alquanto strane. Diceva, ad esempio, che Dio era buono, voleva bene agli uomini comprese le donne, aveva cura di loro, sapeva a memoria il numero dei capelli che ognuno portava sul capo e che non ne cadeva uno ch'egli non volesse - in quel momento uno degli ascoltatori si passava la palma sulla nuca avanti e indietro, dove non era rimasto un pelo ch'è uno: calvo come un uovo! - . Portuno non poteva trattenersi, dentro, si capisce, da commenti: "questo nuovo Dio è di un'altra pasta dai nostri vecchi dell'Olimpo.

Quelli non si interessavano affatto degli uomini comprese le donne, se non quando facevano comodo a loro. E contare i capelli a ciascuno..., questo proprio no davvero: sempre a scagnarare tra loro e a farsi dispetti... Questo Dio invece è uno solo, quindi non ha proprio niente da fare tutto il giorno e passa il tempo come può, magari contando i capelli...E chissà perchè a qualcuno li lascia stare tutti e a quell'anziano invece li ha lasciati cadere tutti...: anche questa nuova religione ha i suoi misteri, se no che religione sarebbe! Ci deve essere qualcosa che non si capisce! Anzi meno se ne capisce e più la gente ci crede..." E il monaco in bianco diceva che Dio vuol tanto bene agli uomini he ha mandato sulla terra fra di loro il suo figlio unico per salvarli, e quelli glielo hanno ammazzato quasi subito; allora Lui lo ha fatto risorgere... "Ma perchè volerli salvare", si domandava Portuno, "se quelli non lo volevano essi stessi. E salvarli da che cosa? Dai peccati, ha detto, e dall'inferno meritato. E cosa sono i peccati! Infrazioni alla legge! Ma non ci hanno i littori con i fasci? Lasciasse ai littori fare il loro dovere, e vedrebbe, questo Dio, che la gente il guidizio lo mette. E all'inferno ci andrebbero senza farci caso: la vita, meno che per i ricchi, è già abbastanza un inferno per tutti... Màndali, invece, dove si stesse bene sempre e da non potersi pensare a qualcosa di meglio: non ci saprebbero stare... E per forza che quel figlio glielo hanno ammazzato! Non potendo ammazzare Lui con quelle sue idee ché in cielo da vivi non gliela fanno a salirci, se la sono presa con il figlio, mandato, poverino, dal padre sulla terra, manco a farlo apposta. Beh, non è un gran padre però; non poteva scendere Lui stesso? Stare tra la gente, e che gente, non è roba da ragazzi! Forse una prossima volta..., vedrai che ci pensa!, avrà capito che gli uomini non valgono tanto da sprecarcisi nemmeno un poco". E il monaco a dire che la madre di quel figlio pianse tanto per la sua morte e che il figlio prima di spirare gli disse che tutti gli uomini da quel momento sarebbero stati figli di lei ed ella doveva proteggerli dall'ira del Padre. " E questo è il colmo", protestava dentro di sè Portuno, "ma da quale parte stava quel benedetto figliolo? Tra padre e figlio è stata una gara a chi volesse più bene agli uomini comprese le donne, nonostante la loro cattiveria. Adesso pure la madre a difenderli! E... se il figlio è risorto, com'è che non è rimasto sulla terra fra la gente? Forse non si fidava? Tra tutto, i conti proprio non mi tornano!".
Portuno avrebbe ascoltato e commentato ancora, ma tirarlo troppo per le lunghe questo ritorno non gli parve onesto e, sentendo com'era fatto il nuovo Dio ma ripensando che sull'umore degli dei era meglio non fare un gran affidamento, decise che sarebbe stato meglio tenere il passo giusto.

Lasciò perdere la capatina fra gli orti: la saracinesca era appena sollevata e di fiume ne entrava troppo poco per non rimanere probabilmente all'asciutto. Riprese a scendere lento, augurandosi che la pendenza crescesse. E avrebbe fatto meglio a non augurarselo tanto, che il canale tutt'a un tratto si slargò che sembrava un laghetto, profondo che lo stava risucchiando..., e rotolò dentro una strettoia sopra le pale di una gran ruota che si mise a girare e continuò veloce finchè a monte non richiusero la saracinesca. Era l'aquimolium, il mulino ad acqua, l'invenzione (del sec. X) che soppiantava i faticosi molendini in cui le macine erano fatte girare a forza di braccia di schiavi o a suon di nerbate sulla groppa dei muli. "Qualcosa di geniale ma di utile ogni tanto gli uomini riescono a cavarsi dalla testa" pensò Portuno mentre aspettava che il canale si ricongiungesse al Cesano. Sul mezzogiorno era sotto Monterado, che a quel tempo era un borgo di quattro casupole e una corte di tre o quattro ettari appena. Si vedeva bene dal piano che copriva un poggetto a metà del dirupo della dorsale collinare. Per scendere al fiume gli abitanti dell'altopiano dovevano scapocollarsi; per loro fortuna lo scoscendimento era attutito da una fitta e aggrovigliata macchia mediterranea. Non per nulla a tutta la fiancata della dorsale da quel punto (e al sovrastante altipiano ondulato fino all'ultimo sperone, il Montagnano, sopra la Abbruggiata - l'attuale Bruciata di Castel Colonna), e, per estensione, alla pianura sottostante sino alla sponda del fiume, avevano dato il nome di "Fractula" (territorio scosceso, malagevole, anche per via d'intricata bassa vegetazione; ma non così pericoloso e impraticabile: "fractula" infatti è diminutivo-vezzeggiativo di "fracta" = luoghi spezzettati, interrotti, nei quali più che poter camminare bisognerebbe saltare...).

Ai tempi aurei del Dio Portuno su quelle alture non c'era quasi nulla di qualche importanza; d'altronde la prossima "Senagallica" attirava e reggeva tutto l'altro versante della dorsale, nelle cui valli correva il fiume Misa che dopo bighellonato per una decina di chilometri riceveva il Nevola..., colleghi del Cesano ma senza frequentazioni, si capisce. Guardava, Portuno, sorpreso e affascinato. Ciò che vedeva lungo il piano e riusciva a scorgere sulle morbide colline al di sopra della lunga parete rupestre, assomigliava ben poco a quanto vi aveva sempre visto durante il suo regno. Perfette geometrie di coltivazioni diverse, dalle molte tonalità di verde proprie dei vari foraggi al giallo dei grani vicini alla falciatura; riquadri scanditi da fossati e file dritte di olmi, di salici e, in alto, di roveri e di querce, declivi coperti di vigne o di uliveti, selvette e brevi pascoli sui quali brucavano alcune pecore e capre o giacevano mucche e, sotto file di alberi da frutta, covate di porcelli... "Quanti schiavi si ammazzeranno di fatica dall'alba al tramonto", pensava, "sotto lo scudiscio di villici (fattori) incontentabili, per tenere in ordine e sempre più produttivi poderi come questi!". Il caso volle che potesse avere molto presto la risposta. Intravvide infatti appena oltre la guardia dei pioppi e dei salici della sua sponda destra, collocato sotto la grande ombra d'una quercia che ci volevano quattr'uomini ad abbracciarne il tronco, un carro a due muli dal quale alcuni uomini calavano su una grande tavola rudimentale, così bassa da potercisi servire quasi comodamente stando seduti per terra, canestri ed otri. Avvicinatosi da contemplare agevolmente ed ascoltare, vide che i canestri erano colmi di grosse focacce, di carni di porco affettate, di uova fritte, di altri cibi che non riconosceva e frutta varia; e gli otri pensò che non contenessero acqua - ce n'era tanta e limpida nel fiume! - ma vino o quanto meno dell'acetello mielato. C'era un monaco vestito di bianco - uno del Catria, dunque! E che ci faceva? - il quale, seduto su di un piccolo sgabello, teneva sott'occhi in un angolo della tavola una gran pergamena.
Gli uomini disponevano le vivande e riempivano boccali. Come ad un segnale (ma lui non ne aveva captato di sorta), dai piani della Donnella, da quelli della Brugiata, dalle parti della chiusa dell'acquimolium sotto Monterado arrivavano, cavalcando bei cavalli, uomini anziani e giovani. In breve, almeno una trentina. "Arrivano le opere" (contadini e braccianti che svolgono tutti assieme i grossi lavori agricoli sul terreno, a turno, di ciascuno), dissero contenti i famigli del monaco. "Avranno una gran fame, ma quì c'è ben di Dio per tutti. Dalla levata del sole faticano e ce ne avranno fin oltre le vent'ore e il vespro. Ma da gusto a vederli: sereni e contenti, perchè Dio benedice la loro concordia e dedizione al lavoro", commentò a sua volta il monaco. Erano tutti smontati, avevano lasciati liberi i cavalli che brucavano adesso l'erba fresca dell'argine; si disposero attorno alla tavola, con la destra si fecero un segno addosso come una croce, e dissero insieme a voce alta... una preghiera?, della quale qualche parola gli giungeva chiara, altre meno: padre nostro,... sia fatta la tua volontà,... dacci il pane,.. dimentica i nostri debiti,... liberaci dal maligno... Mentre mangiavano, il monaco non assaggiò nulla ne si bagnò le labbra. Chiedeva a qual punto di maturazione fossero il grano, l'orzo, l'avena, il farro nei diversi poderi e per quando si prevedesse la mietitura; se la monda fosse stata perfetta e adeguata la zappatura; quanti chicchi fossero in una spiga in modo da prevedere la riuscita dei raccolti e il quantitativo da separare per la prossima semina; dove la concimazione fosse risultata meno adeguata..., e segnava, segnava... mentre gli altri rispondevano a turno e mangiavano e bevevano da stomachi sani. Disse, il monaco, che c'erano buone speranze, dunque, che tutte le famiglie avrebbero avuto non solo il necessario per tutto l'anno ma anche una scorta per il futuro. E avvertì che dopo le vent'ore, quando mancassero due canne al tramonto, rimettessero gli arnesi nei capanni, montassero a cavallo e salissero tutti quanti alla Domus monachorum (casa dei monaci) nel borgo della Misericordia (attuale Francavilla): lì avrebbero trovato "le opere" delle colline del Montagnano e le squadre specializzate degli allevatori, per concertare i piani e i turni di lavoro per la prossima settimana e per le varie aziende, le scelte da fare e le stalle da utilizzare per i nuovi allevamenti collettivi; e poi sarebbe seguita la cena comunitaria (un centinaio di uomini almeno), alla quale stavano lavorando dal mattino le donne della contrada, sul cortile coperto davanti alla chiesa illuminato da una cinquantina di fiaccole. Poi tutti alle proprie case e famiglie. Abbiamo fatto sempre così e Dio ci ha benedetto". A questa sera, dunque. E poco dopo, via tutti, i diversi gruppi, al galoppo verso i luoghi di lavoro.

Portuno non credeva ai suoi occhi e alle proprie orecchie. Trasecolava. "Davvero il mondo è cambiato". Non s'intendeva di queste cose e forse aveva solo sentito dire di un libro De Agri Cultura scritto da Catone il vecchio, il quale, da quel gran moralista che si piccava di essere quando faceva comodo alla sua classe patrizia, raccomandava ai nobili possidenti di latifondi di sfruttare allo stremo le energie fisiche degli schiavi aiutandosi con lo scudiscio senza pietà di sorta e di lasciar morire d'inedia (di fame e di sete) gli schiavi invecchiati o non più capaci di lavorare oppure di darli in pasto alle murene, tanto a venderli non li avrebbe più comprati nessuno solo per mantenerli. Qui, ora, non c'erano più schiavi condannati alla fatica senza alcun premio che il minimo di sostentamento; qui, ora, lavoravano tutti come se la terra fosse loro e il reddito tutto per la propria famiglia; qui, ora, a decidere su tutto non era il padrone ma i lavoratori insieme con il proprietario; qui, ora, gli uni e l'altro si trattavano alla pari e da fratelli...Forse altrove non era così. Ma che lo fosse magari qui soltanto era già un miracolo, una novità così grande e bella che, se fosse stata imitata dovunque, degli dei non ci sarebbe stato più bisogno, anzi sarebbe stato meglio eliminarli, ché gli uomini sarebbero stati veramente felici da soli, e nessun intralcio avrebbero avuto da quelli. E forse forse questo era stato il pensiero di qualcuno di loro che li aveva spinti a cambiar religione. Se il monaco del Catria era un testimone del nuovo Dio e si comportava con gli altri uomini come Lui gli suggeriva, allora la nuova religione, fosse stata seguita da tutti o dai più nei fatti e non soltanto in sterili pensieri e velleità, avrebbe davvero fatto della terra una succursale dei Campi Elisi.

Non gli dispiacque di aver ottenuto questo ritorno. Aveva visto quale avrebbe potuto essere il futuro dell'umanità. Non è che gliene importasse molto: non aveva avuto mai una grande stima dei bipedi pensanti e, ad essere sincero, nemmeno di quella brutta copia degli uomini che erano dei. Gli importava però abbastanza del suo destino e non riusciva a immaginarne alcuno, dato che un dio maggiore non era mai stato e nemmeno un uomo: uno spirito della natura. Finchè gli uomini non avevano avuto conoscenza appropriata della natura, e dagli dèi avevano capito che non c'era molto da aspettarsi, perciò avevano fatto ricorso agli spiriti della natura. Ma quando avessero capito meglio la natura e fossero riusciti a manovrarla a loro interesse e piacimento..., buttàti via gli dèi, avrebbero messo al bando anche gli spiriti della natura. La scienza avrebbe preso il posto della religione? La nuova religione sembrava non correre il rischio di essere soppiantata dalla possibile futura scienza, perchè era in grado di dare agli uomini quello che il sapere filosofia o scienza che fosse) non aveva nella sua natura di poter offrire. Se i monaci del Catria erano una espressione e testimonianza genuina della nuova religione, e non il semplice prodotto di buone disposizioni congenite di alcuni individui per così dire privilegiati, e perciò di un caso fortunato, il cristianesimo poteva realizzare la solidarietà, la fraternità. la uguaglianza di dignità, di diritti e di doveri ch'era sempre mancata fra gli umani...E fare a meno di quella religione sarebbe stato per l'umanità un suicidio. Portuno si accorse di essersi immerso in pensieri più grandi di lui, di un povero spirito della natura; e che si era distratto a tal punto dal suo corso che non aveva fatto caso di essere ormai giunto alla foce del Cesano. Che fare dunque? Entrò nell'Adriatico, e cos'altro poteva? Uno sciame di Nereidi gli venne incontro per vecchia abitudine ma senza allegrezza; ed egli non ne trasse conforto ché tutta quella salsedine gli dava fastidio. Sperò che il dio Nettuno gli venisse in soccorso, ma il signore dei mari aveva perso, anche lui, ogni potere. Ai tempi belli il Sole lo faceva evaporare; Eolo sospingeva il vapore in seno alle nubi e le nubi cariche verso le montagne, e Giove pluvio le riversava sulle petraie e le naiadi ne ristoravano le vene sotterranee e ne facevano sgorgare sorgenti; e Portuno ricominciava la corsa...Adesso, ahimé, nessuno eseguiva i suoi còmpiti...Allora gli venne un sospetto, ebbe una specie di fulgurazione. "Vuoi scommettere", si disse, "che il ritorno concessomi era tutta un'astuzia per farmi sparire senza angoscia e disperazione - beninteso, me dio del fiume, non il fiume in quanto tale. Di fiumi la terra ha bisogno e nemmeno il nuovo Dio vorrà toglierli. Ma questo nuovo Dio non vuol servirsi di altre divinità o di spiriti della natura, e forse questo è il momento di spazzare via definitivamente quest'inutile esercito di larve.

Ma prima di concedersi alla sua fine Portuno ebbe un sussulto di patetico orgoglio, non di spavalderia o di sfida insensata. E il narrante è stato in forse parecchio se descriverlo o no, dato che non rientrerebbe, un brano di questo genere, nei moduli propri del "racconto". Ma questo, chi non se n'è accorto?, è tutto fuori delle righe, tutto strano, tutto ai limiti di ogni genere letterario e narrativo; e perciò, brano più brano meno, non peggiora né migliora l'insieme. Si è già detto che Portuno si era fatto prendere, strada facendo, da spropositati o almeno sproporzionati e bislacchi pensieri filosofici. Capita a tutti, anche a chi di filosofia non conosce parola. Tra costoro, anzi, ogni tanto qualcuno, senza proporselo, mette nel sacco presuntuosi e saccenti. Vi ricordate Bertoldo? Mezzo di quello avrebbe fatto fischiare le orecchie e anche ad Hegel. La realtà e la vita non risparmiano problemi a nessuno  e li spiattellano in faccia, costringendo a pensare anche a chi non ha voglia e preparazione di sorta ma, fedele alla realtà, sa mantenere i piedi ben saldi per terra, non va tra le nuvole come un pallone gonfiato, non si compiace di fumo. Diceva bene quel tale: "per non fare filosofia bisogna fare filosofia": per dire, ad esempio, che Dio c'è, bisogna pur fare un ragionamento; ma anche a sostenere che Dio non c'è toccherà portare qualche argomento, e un argomento sarà più convincente di un altro, e tutto questo è filosofia, magari con la effe minuscola.
Gli balenò l'idea ch'egli non sarebbe potuto scomparire; non sarebbe riuscito a nessuno, nemmeno al nuovo Dio, sprofondarlo nel nulla, sottrarlo all'esistenza...Per la semplice ragione ch'egli non era mai esistito di quella esistenza che può essere fatta cessare. Egli, come tutti gli dèi, semidèi, spiriti della natura, non era come una pietra, un albero, un cavallo, un uomo, che c'è e te lo trovi davanti e continua ad esistere indipendentemente da te, di una sua propria esistenza che possiede e mantiene anche se tu non ne sapevi niente, non ci pensi affatto. Quella è una esistenza bruta, materiale, fisica, osservabile e misurabile, soggetta a tutte le vicissitudini del tempo e dello spazio, premuta e costretta e limitata da tutte le parti, erosa e precaria. E no!, gli dèi, semidèi e spiriti della natura, di tutte le religioni - in questo non c'è differenza - posseggono una esistenza indeperibile, stabile, immortale, perchè immateriale, più nobile, superiore, come quella del pensiero, delle idee... Un pensiero, una volta che s'è formato nella mente, tu puoi pure dimenticartelo. Ma se qualcuno l'ha appreso, se è stato conosciuto..., ormai, finché ci sarà sulla terra un cervello pensante, quell'idea esisterà, tu lo voglia o no, e produrrà benefici o disastri nella storia dell'umanità, senza che qualcuno possa fermarla, tranne una idea, un pensiero contrario e di forza maggiore, che cioè seduca e convinca un numero più grande e pugnace di credenti e seguaci. Perch'egli, dunque, potesse scomparire definitivamente nel nulla, non bastava davvero ch'egli fosse stato declassato a una larva di semidio in una sorta di noiosissimo limbo, o che i cristiani gli avessero abbattuto il tempio e disperso sacerdoti e sacerdotesse, o, infine, che l'acqua salata del mare vincesse l'acqua dolce del fiume ecc..ecc..; c'era una sola condizione: che di Portuno nessun uomo sapesse più nulla, nessuno più lo pensasse, nemmeno per sostenere che non c'era mai stato, era stato solo una invenzione del politeismo, dell'idolatria, di religioni naturalistiche...Allora sarebbe diventato un pensiero non più pensato, e un pensiero non più pensato è un nonpensiero, uguale a nulla.
Portuno si lasciò andare, tranquillo. Perchè: o finiva l'intero mondo con lui, si estingueva l'intera umanità, e allora nessuno avrebbe pensato più nulla: e questa non era la fine solo per lui, ma per tutti (come disse, a sua insaputa, quel tale "muoia Sansone con tutti i filistei"); o la vita umana continuava più o meno come prima, e qualcuno, ricordandosi magari per caso di lui, lo avrebbe tenuto in esistenza. Del fiume, veramente, a questo punto e stando in quest'ordine di idee, non gli importava più niente: quello ormai, da quando era prevalsa la nuova religione, non era più come un bambino che avesse bisogno di essere portato, guidato, trattenuto o sospinto...; era autonomo, azionava mulini, irrigava i campi, straripava e inondava, faceva come gli pareva. E quanto a se stesso..., come già detto, assolutamente tranquillo. I nuovi credenti stavano cambiando il nome di S. Maria in Portuno in quello di S. Maria del Piano, come gli aveva detto per istrada qualcuno, proprio perchè del paganesimo tutto si estinguesse col non ricordarne più nulla. Ma non tenevano conto, gli ingenui, che, credenti o no, ci sarebbero stati sempre gli storici... E vuoi che l'uno o l'altro, magari dopo anni, decenni, secoli, non avrebbe ritrovato, menzionato e documentato Portuno? Io però non c'entro niente, non ho questo merito o demerito che sia. Perchè, a me, la patente di storico non è passato mai, fortunatamente, nemmeno per l'anticamera del cervello a nessuno di dàrmela. E temo proprio che, dopo queste pagine, non sarò riuscito neppure a riportarmi un sei meno come raccontatore di favole.