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Il ritorno del dio Portuno (racconto di Manlio Brunetti)


Adesso poteva finalmente farsi un'idea esatta degli eventuali cambiamenti intervenuti. Dipendeva però dalla durata della sua licenza. Anch'egli conosceva il proverbio umano del cavallo donato al quale non si guarda in bocca; ma si era accorto che, invece, magari di nascosto, in bocca gli ci guardavano, per misurare la generosità o la tirchieria del donatore. Ad ogni buon conto, si era immerso proprio alla sorgente, sul Catria. Di lassù a scendere fino al mare quanto ci avrebbe messo? Se il suo corso non era stato modificato, un centinaio di chilometri li avrebbe fatti in due giorni, tre a prendersela con tutta la calma possibile. Comunque, era il caso di tenere gli occhi aperti e non farsi sfuggire nulla: a ruminarci sopra avrebbe avuto tutto l'agio dopo. Ma si sovvenne di una informazione datagli per caso da una ninfa e che poteva adesso diventare un'astuzia per prolungare il viaggio: da una sponda e dall'altra gli uomini avevano aperto canali per portar l'acqua al di fuori del corso normale del fiume; qualcuno di quelli moriva in mezzo ai campi, altri tornavano, come i fossi, al fiume.
A buon bisogno, si sarebbe potuto approfittare di qualcuna di quelle fuoriuscite, badando bene che la portata del canale fosse consistente. Intanto scendeva, stringendosi ora e correndo, ora allargandosi calmo sul greto ghiaioso. Una fortuna, pensava, che i fiumi non vadano, come la sagitta ed il pilum (la freccia e il giavellotto) in linea retta dalla cocca dell'arco o dalla mano del velite al bersaglio, ma serpeggiando, un pò come le strade, e cadendo (cascata) solo quando il salto è inevitabile. Gli incontrò bene anche perchè si era in estate e allora pioveva normalmente, ogni tanto, non come adesso che ad ogni annuvolamento, dopo mesi da Sahara, la Protezione Civile fa sgomberare cautelativamente, in previsione di alluvioni e allagamenti, quartieri, città e intere province. Per lunghe ore non scorse novità interessanti."Il mondo non è cambiato", si consolò. "Non c'era dunque bisogno di cambiar religione. Non lo dico per me, ma per dovere di oggettività". E ne fu così convinto, che altrettanto scioccante ne fu la smentita: era una vera ingenuità misurare il mondo sulle dimensioni e gli accadimenti di una vallata. Egli però non aveva altro metro: lì lo aveva collocato suo Padre Crono e lì era sempre vissuto ed altro non conosceva; gli dei erano liberi di spostarsi in giro per la terra e di cambiar dimora ancor meno degli uomini: più gelosi e invidiosi perfino. Quando arrivò sotto l'attuale Castelleone ebbe un soprassalto. Ai suoi bei tempi, a pochi metri di altezza sopra la sponda sinistra si alzavano le mura di cinta e le torri di una splendida grande città: Suasa. Lui, Potuno, forniva acqua alle terme e alle fontane, e schiere di fanciulle venivano a bagnarvisi sotto gli occhi vigili di eunuchi superobési. Ebbene, Suasa...sparita! Altroché, se il mondo era cambiato! Per trovare un'altra città - ma vederla di lontano - bisognava raggiungere la foce. Mitigò la delusione dell'errore precedente dicendosi che la sparizione di una città era cosa assai meno rara che il cambiamento della religione: gli uomini avevano inventato il passatempo di costruire città per poi distruggerle e le guerre servivano per l'appunto ad abbattere città, trasformarle in enormi cumuli di macerie fumanti e carnai pestiferi da evitare per almeno vent'anni, e creare folle di vedove e di orfani. Questo almeno gli dei non lo facevano (direttamente!, lo lasciavano fare ai loro credenti): le loro guerre, per quanto riguardava essi esclusivamente, erano come gli scontri a cornate fra cervi maschi per l'accoppiamento con tutte le femmine del branco: una innocua dimostrazione di superiorità. Gli uomini invece facevano sul serio, disgraziati! E aveva sentito dire che combattevano più guerre e radevano al suolo più città in un anno, di quanti sepolcri illustri aggiungevano lungo le vie consolari. Non ci credette, ma poteva ben essere!
Adesso, un poco più in alto, sul filo della dorsale collinare, sorgeva un piccolo municipium, quella che oggi si chiama Castelleone, appunto, di Suasa. Chi si contenta gode! Quello il dio Portuno lo vedeva e basta, restandogli del tutto nuovo. Quasi indifferente continuava la discesa, quando un vecchio sileno sbucò da un lucus (boschetto sacro ignorato o accuratamente evitato dalla gente perchè infestato da spiriti incontrollabili) per bagnarsi nelle ore assolate del meriggio. Portuno si avvide che non era solo. A poca distanza c'erano quattro anzianotti malmessi e dall'aspetto assai poco raccomandabile, coperti di sacco, capelli lunghi di chi non se li è mai tagliati in vita sua, barba altrettanto. Il sileno era ad essi invisibile, non essi a lui.