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Il ritorno del dio Portuno (racconto di Manlio Brunetti)


Il poetino che dicesse "il prato ride" saprebbe benissimo che il sorridere di piacere non è del prato ma solo dell'uomo alla vista della gran varietà di colori e di forme del prato; e anche il bravaccio del cane scodinzolante "festoso" sapeva che il cane scodinzolava al padrone senza che fosse necessario, per l'ascoltatore, ritenere che il cane pensasse e sentisse proprio come a noi accade quando andiamo incontro "festosi" a persona gradita. Parliamo degli altri esseri che popolano il palcoscenico della nostra vita trasferendo su loro le parvenze degli effetti che su di noi provocano le diverse situazioni. (E: o facciamo così o possiamo parlarne; o non vogliamo fare così, e allora ci toccherà di fare silenzio). Sarà ovviamente dentro quest'ordine d'idee che faremo provare ad un fiume, e gli faremo esprimere, sensazioni ed emozioni, perfino giudizi, e fingeremo essersi avuti dalla gente atteggiamenti a suo riguardo ispirati a stati d'animo che propriamente non si registrano a proposito della natura che né sa né vuole quello che fa. Sicché, raccontare l'antefatto della vicenda del Cesano e farci raccontare da lui la storia antica delle sue valli e dei suoi piani è un espediente letterario, valido o risibile come ogni altro, e che funziona più o meno a seconda della bravura di chi lo usa e della disponibilità del lettore.

Come si fosse chiamato prima di quello "stravolgimento del mondo" che gli costò fama e ruolo di "dio", nemmeno lui se lo ricorda bene, dato che poi lo si chiamò sempre "Suasano" (Cesano) per il fatto che passava sotto Suasa, la grande città che fu distrutta nel 408 da Ataulfo o da qualche altro capo di orde barbariche, e la gente (o chi per lei)non amava più conservare i nomi pagani. Forse "Portuno", da quel tratto del suo corso in cui la grande strada Flaminea (oggi Pergolese) scavalcava il fiume per formare, più all'interno del piano e alla destra del fiume (per chi viene dai monti) una "bretella" che portasse per breviorem a Senigallia.
In quella zona i pagani (quando c'erano solo essi e non si chiamavano così, spregiativamente) gli avevano dedicato un tempio, che - a detta del fantasioso storico corinaldese del sec. XVII Vincenzo Cimarelli - sergeva in mezzo a un foltissimo bosco dalle parti della odierna Madonna Del Piano. Lo stravolgimento di cui appena sopra fu la conversazione della gente al cristianesimo, avvenuta nelle campagne un pò dopo che nelle città: tra la fine del sec. IV e il corso del V, lenta, difficile, per l'attaccamento del popolino alle credenze e ai riti atavici e tradizionali più compatibili con la naturalità della vita, che non i dogmi e la morale della nuova religione. La conversione richiese ed impose qualche cambimento vistoso (quello interiore poteva anche simularsi e poi disdirsi senza controllo altrui), come il declassamento delle divinità pagane ad invenzioni diaboliche e lo smantellamento dei templi. E così Portuno, se mai era stato davvero, o almeno considerato qualcosa o qualcuno più di un semplice fiume - appunto uno "spirito della natura, il dio del fiume - fu tutt'a un colpo, squalificato come una invenzione falsa e bugiarda e separato dal fiume in quanto contenitore, canale, scolatoio di acque sorgive e pluviali - come è, soltanto e realmente, ogni fiume -, salvo quando la gente continuava a supplicarlo o a maledirlo a secondo che stava al suo posto o straripava; e poi fu dimenticato. Ed era il meno che potesse toccargli, visto che altre divinità fluviali, insieme a tante altre dell'olimpo, furono mandate all'Inferno, dove Dante Alighieri le utilizzò come divisori fra zone diverse di quel baratro o come guardiani di cerchi e gironi della sua Commedia.
E lì dove era finito, non seppe che cosa fosse accaduto nel suo regno di prima, lungo le valli dentro le quali correva il suo fiume: al suo tempio, fra l'altro - dove ci era stato sempre solo col pensiero, di fatto, dato che il suo posto concreto era l'alveo del fiume dalla sorgente alla foce; ma ciononostante al suo tempio teneva molto: la gente lì dentro gli sacrificava nelle feste qualche animale (che lui ovviamente nemmeno assaggiava, si invece i sacerdoti che raccomandavano di immolarne spesso e belli grassi), gli dedicava processioni, banchetti, riti, che più erano strani e risibili, più tenevano assorto e soggetto il popolino...: tutto assai meglio che il puro e semplice scorrere ininterrotto dal Catria all'Adriatico!